Proxima Salute e Connext: una collaborazione vincente per il canale farmacia

HEALTHCARE & PHARMA MARKETING

Proxima Salute e Connext: una collaborazione vincente per il canale farmacia

Proxima Salute, realtà imprenditoriale integrata e sinergica, si occupa di tutte le fasi inerenti alla commercializzazione di prodotti dedicati alla salute e al benessere, grazie ad una rete di agenti che riesce a garantire, in modo capillare, una distribuzione efficace in farmacia.

PROXIMA SALUTE PENSA IN GRANDE E LO FA ATTRAVERSO L’OFFERTA DI UN SERVIZIO UNICO IN ITALIA, UN CONTACT CENTER 100% ITALIANO SPECIALIZZATO NEL MONDO DELLA SALUTE.

Ci siamo domandati come poter aumentare a 360° la commercializzazione dei prodotti che ci affidano aziende di salute e benessere per il canale farmaceutico e come garantire un rapporto duraturo e costante nel tempo con le farmacie e i suoi clienti. Per questo abbiamo pensato a Connext: il contact center connesso alla salute, un servizio di inbound, outbound e multichannel dello stesso gruppo Sprim, società di servizi B2B specializzata nel mondo della salute e dell’alimentazione. Sprim per soddisfare le esigenze della sezione Pharma, Food e Contechnology ha lanciato Connext per la progettazione di campagne su misura per brand con attività di remote detailing e marketing. Connext è molto più di un Contact Center: unisce competenze commerciali e comunicative con doti di ascolto e comprensione, il tutto unito a conoscenze nel settore farmaceutico e alimentare che vengono trasmesse a medici, farmacisti, dietisti e nutrizionisti, consumatori e pazienti.

Grazie al suo approccio multidisciplinare, Connext riesce a raggiungere 80.000 professionisti della salute nel network, con 100.000 contatti al mese e coinvolgendo inoltre 15 000 farmacie.

Proxima Salute si affida a Connext per attività di customer care B2B e B2C e teleselling in farmacia. Riusciamo a gestire, in questo modo, anche il rapporto finale con il cliente, continuando a vendere soluzioni e informazioni scientifiche efficaci e appropriate sul prodotto.


Brexit: compromessa la ricerca made UK

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Brexit: compromessa la ricerca made UK   

Dai tempi del primo referendum, siamo ormai abituati alla turbolenza in UK causata dalla Brexit. Il 29 Marzo è stato approvato il “no deal”, che conferma una certa situazione politica ancora piuttosto instabile: il premier Theresa May ha minacciato le dimissioni e c’è chi promuove un secondo referendum. Il tempo a disposizione per trovare un accordo è, tuttavia, poco: la data ultima è fissata per il 12 aprile.

Tra le conseguenze della Brexit, Nature mette in luce, nell’editoriale del 2 aprile scorso, i problemi e le pesanti ripercussioni del “no deal” sulla ricerca made UK. In particolare, l’articolo arriva addirittura ad affermare che il “no deal sarà catastrofico”: la Brexit potrebbe portare la ricerca britannica al collasso con conseguenze importanti anche per i ricercatori a causa di minor fondi e minori possibilità lavorative per i giovani che sfoceranno quindi in una “fuga di cervelli” verso altri Paesi dell’UE.

LA RIVISTA SCIENTIFICA NATURE DEFINISCE IL NO DEAL “CATASTROFICO” SOPRATTUTTO PER LA RICERCA BRITANNICA. TRA I RISCHI: LA PERDITA DI CERVELLI.

I motivi di questo collasso risiedono essenzialmente nella provenienza di fondi, che arrivano soprattutto dall’Europa: basti pensare che il 21% dei ricercatori britannici ha vinto il prestigioso premio indetto dell’European Research Council, accaparrandosi un totale di 112 milioni di euro.

In mancanza di un accordo le menti britanniche potrebbero ritrovarsi escluse da assegnazioni future e dalle decisioni prese dai loro colleghi europei. Incerto è anche il futuro degli scienziati europei che vorrebbero lavorare nel Regno Unito.

Per evitare tutto ciò i britannici stanno cercando di attuare un nuovo sistema di fondi interni e si stanno adoperando per mantenere i rapporti con le istituzioni terze degli altri Paesi. La cosiddetta “fuga” non è però così scontata né desiderata o possibile per tutti coloro che lavorano nella ricerca in UK: per questo il governo e l’accademia stanno cercando di trovare strategie per – viceversa – favorire l’arrivo di nuovi cervelli, così da arginare e risolvere brillantemente l’eventuale problema.


Pensionati richiamati al lavoro: succede in reparto

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Pensionati richiamati al lavoro: succede in reparto

Erano 80 i posti disponibili per i medici di pronto soccorso, solo 10 i candidati. L’insuccesso del bando ha portato il governatore del Veneto, Luca Zaia, a scrivere una delibera che definisce a suo modo rivoluzionaria, essendo il primo atto Regionale che prevede l’assunzione a tempo determinato di camici bianchi in pensione. L’obiettivo è quello di risolvere momentaneamente la difficoltà, ben nota da tempo, di reperire dottori per i reparti pubblici.

La manovra di emergenza emanata dal governatore del Veneto è messa in discussione dall’Anaao, l’associazione dei medici e dei dirigenti del Servizio Sanitario Nazionale, che riporta l’effettiva problematica di chiedere a medici di 65 anni turni notturni in sala operatoria.

SUCCEDE IN VENETO, UNA DELIBERA DEFINITA A SUO MODO  RIVOLUZIONARIA PER RISOLVERE L’EMERGENZA OSPEDALIERA

Ad oggi, in Veneto mancano infatti 1300 medici e il deficit di organico affligge un po’ tutta Italia.  Le misure attuate fino a ora variano dai medici in affitto con contratti di 5 -10 giorni messi a disposizione da agenzie e cooperative, ai professionisti a gettone che lavorano per un turno di notte.

Secondo l’Anaao, ci sarà un calo di 16 mila medici da qui al 2025, molto più marcato di quello visto tra il 2009 e il 2017, quando i camici bianchi ospedalieri sono diminuiti di 8 mila unità. In Campania sono 800 i medici d’urgenza andati in pensione, in Lombardia ci sono 510 pediatri e 377 medicini interni in meno e in Sicilia sono 180 i ginecologi che hanno terminato la loro attività; a riportare il record per ogni regione, è la fonte della Ragioneria Generale dello Stato.

La carenza di medici è da associare principalmente al ridotto numero di posti nelle scuole di specializzazione rispetto ai medici che vanno in pensione in questi anni.

La manovra proposta da Zaia deve ovviamente essere temporanea e d’emergenza: la sua eventuale stabilità sarebbe fallimentare e lo stesso governatore afferma che per ora, la priorità risiede nell’interesse di avere a disposizione medici per garantire le cure ai cittadini; il problema andrà risolto a partire da una revisione del programma Sanitario Nazionale.

Tra le proposte del sindacato dell’Anaoo c’è la possibilità di far partecipare ai concorsi i 6 200 specializzandi in Medicina dell’ultimo anno, sfruttando così l’ultima legge di bilancio.


Troppi antibiotici per nulla

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Troppi antibiotici per nulla

A livello europeo il 70% degli antibiotici utilizzati deriva dal settore zootecnico e l’Italia è il terzo paese dopo Cipro e Spagna a farne maggior uso. Gli allevamenti italiani ne utilizzano il triplo rispetto agli allevamenti francesi e il quintuplo del Regno Unito.

Questo utilizzo indiscriminato negli allevamenti ha contribuito in maniera importante al fenomeno dell’antibiotico resistenza nell’uomo. I microrganismi presenti negli alimenti possono difatti trasmettere la resistenza agli antibiotici ai nostri batteri intestinali, provocando l’inefficacia di quegli antibiotici che, fino ad oggi, ci hanno notevolmente allungato la vita.

LA PUNTATA DI PRESA DIRETTA DEL 9 MARZO 2019, ANDATA IN ONDA SU RAI 3, AFFRONTA UN’INCHIESTA SULL’ANTIBIOTICO RESISTENZA.

Ad aumentare ancora di più questo fenomeno si aggiunge l’eccessiva assunzione di antibiotici per combattere l’influenza non causata da complicazione batterica.

Nel 50% dei casi, infatti, gli antibiotici prescritti non risultano realmente necessari. L’AIFA ha definito la prescrizione di antibiotici da parte del medico “overprescription” e Giovanni Rezza, responsabile delle malattie infettive e Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, l’ha definita un’epidemia silente. Le vittime delle infezioni batteriche ospedaliere sono spesso i pazienti in condizioni più gravi, morte che viene anticipata da un’infezione batterica.

Sono circa 10 000 le persone che muoiono in Italia ogni anno per infezioni non debellate a causa dell’antibiotico resistenza, più vittime degli incidenti stradali. In Svezia sono 190 all’anno.

La Svezia è infatti il paese che meglio è riuscito a combattere il problema dell’antibiotico resistenza grazie al minor consumo di antibiotici, al primo posto a livello mondiale. Questo primato è stato raggiunto grazie al continuo controllo delle prescrizioni di antibiotici di ogni ambulatorio del paese e ad una attenta attività di sorveglianza. È in vigore infatti anche una specifica direttiva nazionale che raccomanda ai medici di base di richiedere analisi del sangue adeguate prima della prescrizione dell’antibiotico. Questo attento controllo è supportato inoltre da un intenso sforzo da parte del Ministero della Salute nell’educazione del paziente, sia attraverso campagne di sensibilizzazione all’assunzione attenta dell’antibiotico, sia attraverso l’istituzione di un numero telefonico nazionale appositamente dedicato, che permette al paziente di richiedere rapide consulenze mediche parlando direttamente con un infermiere; in questo modo si cerca di insegnare ai pazienti come affrontare le malattie.

Degli esempi positivi di lotta contro l’antibiotico resistenza sono presenti anche in Italia, con pratiche attive attuate da regioni e ospedali. Reggio Emilia rappresenta un modello da seguire, riconosciuta dall’Agenas come miglior esempio per l’uso razionale di antibiotici.

A partire dal 2000 la Regione Emilia-Romagna lavora in rete con i professionisti, in una logica di condivisione e partecipazione costante, per un uso prudente degli antibiotici e parallelamente, punta ad un’azione incisiva di contrasto delle infezioni. Dal punto di vista normativo la Regione adotta “Linee di indirizzo alle Aziende per la gestione del rischio infettivo: infezioni correlate all’assistenza e uso responsabile di antibiotici”. Importante è anche la costruzione di un sistema di monitoraggio e di flussi informativi molto dettagliati, con indicatori specifici dedicati al consumo di antibiotici, un sistema di sorveglianza sull’antibiotico resistenza e sulle infezioni del sito chirurgico.


Un matrimonio felice? Chiedilo ai tuoi geni

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Un matrimonio felice? Chiedilo ai tuoi geni

Uno studio della Yale School of Public Health, pubblicato sulla rivista scientifica Plos one, suggerisce la correlazione tra la presenza nel DNA di una specifica variazione genetica e la felicità del matrimonio. Il gene in questione è noto come “ormone dell’amore” o “molecola della fedeltà” e rappresenta, in termini scientifici, il gene collegato alla produzione dell’ossitocina, ovvero il neurotrasmettitore responsabile della felicità.

Durante questo studio è stato chiesto a 178 coppie sposate, di età compresa tra i 35 anni e i 90 anni, di completare individualmente un sondaggio sullo stato di salute del proprio matrimonio basandosi su quanto si sentissero fiduciosi e soddisfatti della relazione; al termine dell’intervista è stato prelevato un campione di saliva di ciascun partecipante per una analisi genetica.

IL GENE IN QUESTIONE È NOTO COME “L’ORMONE DELL’AMORE” O “MOLECOLA DELLA FEDELTÀ

La variazione genetica ricercata, l’Oxtr rs53576, precedentemente associata a tratti positivi della personalità, come la stabilità emotiva, l’empatia e la socievolezza, in questo studio è stata correlata per la prima volta anche alla soddisfazione coniugale.

Emerge che entrambi i partner riportano una maggiore soddisfazione e senso di sicurezza nella propria relazione quando almeno uno dei due presenta la variante genetica dell’ossitocina.

Dai risultati del sondaggio è emerso infatti che il 4% dei livelli di soddisfazione del matrimonio dipenderebbe proprio da questa variazione genetica. Una percentuale piccola ma significativa se si prendono in considerazione tutti gli altri fattori genetici e ambientali che entrano a far parte della vita di coppia. Il team scientifico ha anche scoperto che le persone che presentano questa variante genetica hanno una minor probabilità di presentare un attaccamento ansioso verso il proprio partner.

“Questo studio fornisce dei dati preliminari e va a contribuire ulteriormente alla comprensione dei fattori genetici che modulano il comportamento sociale- conclude Pietro Pietrin, neuroscienziato, psichiatra e direttore della Scuola Imt Alti Studi di Lucca; – ciò che va sottolineato è il fatto che geni e ambiente non siano indipendenti, ma si influenzano a vicenda in una stretta interazione e cooperazione per dar forma a un individuo”.


Le principali patologie croniche in Italia

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Le principali patologie croniche in Italia 

Sono 24 milioni gli italiani che soffrono almeno di una malattia cronica, di cui le più frequenti: ipertensione, artrite, artrosi e allergie. A dirlo è l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane con sede a Roma presso l’Università Cattolica.

Secondo l’analisi dell’Osservatorio le donne sono le più colpite (in parte perché vivono di più): 42,6% contro il 37% degli uomini. Questo dato aumenta se si considerano le multi-cronicità che affliggono quasi un quarto delle donne contro il 17% degli uomini.

SONO 24 MILIONI GLI ITALIANI CHE SOFFRONO ALMENO DI UNA MALATTIA CRONICA. LE PERSONE PIU’ COLPITE: DONNE, DISOCCUPATI E I MENO ISTRUITI. 

Alla differenza di genere si aggiungono anche differenze culturali, socioeconomiche e professionali. Nel 2017 nella classe di età 45-64 anni, periodo in cui insorgono la maggior parte delle malattie croniche, il 56% di persone ha la licenza elementare, il 46,1% il diploma e il 43,1% almeno una laurea. Per quanto riguarda le professioni, sono i disoccupati a essere i più colpiti, rispettivamente con il 36,3% contro il 34,6% dei lavoratori autonomi.

Un altro fattore influente sulle patologie croniche è il territorio. La regione con la maggior prevalenza di almeno una patologia cronica è la Liguria, con il 45,1% della popolazione a soffrirne (al primo posto: artrite e artrosi). In Calabria si trova la percentuale più elevata di pazienti affetti da diabete, ipertensione e disturbi nervosi (rispettivamente: 8,2%, 20,9% e 7,0%). Il Molise si caratterizza per la prevalenza di malati di cuore (5,6% della popolazione), mentre la Sardegna, per la quota maggiore di malati di osteoporosi (10,4%).

Bolzano è invece la provincia autonoma con il minor numero di patologie croniche.

Attualmente si stima che nel nostro paese si spendono complessivamente ben 67 miliardi di euro per la gestione delle malattie croniche. Una cifra che è destinata a salire nei prossimi 10 anni raggiungendo i 71 miliardi. Il direttore dell’Osservatorio, Walter Ricciardi, ordinario di Igiene presso l’Università Cattolica, auspica l’introduzione di un nuovo approccio sistemico per l’assistenza ai malati cronici e di un nuovo paradigma preventivo che promuova stili di vita salutari. L’impegno è richiesto a tutti: alle istituzioni e ai cittadini.


Cellulare e tumore cerebrale: smentita la correlazione

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Cellulare e tumore cerebrale: smentita la correlazione

Uno studio australiano ha dimostrato che non esisterebbe una correlazione tra uso di telefonini e incidenza dei tumori al cervello come spesso diffuso e supportato da una parte della comunità scientifica.

I dati raccolti dall’Australian Radiation and Nuclear Safety Agency, in collaborazione con le università di Wollongong, Auckland e la Monash University, hanno evidenziato come tra il 1982 e il 2013, nonostante un aumento dell’utilizzo di questi dispositivi, le diagnosi si siano mantenute stabili nel tempo.

I TASSI DI TUMORI CEREBRALI SONO RIMASTI PIUTTOSTO STABILI NEI DECENNI E NON SONO AUMENTATI TIPI SPECIFICI DI TUMORI CEREBRALI

Considerando il fatto che il cervello si trova esposto alla maggior parte delle radiazioni a radiofrequenze emesse dai telefonini, la comunità scientifica da tempo ha voluto indagare se questo potesse avere un impatto negativo sulla salute dell’uomo. Alcuni studi sono così giunti alla conclusione che potesse esistere una relazione tra le insorgenze di alcuni tumori al cervello e l’uso massiccio di questi dispositivi.

La posizione degli esperti dell’agenzia governativa australiana è però ben diversa e i risultati dello studio hanno dato conferma alle loro ipotesi. L’indagine ha considerato un campione di 16.825 soggetti con diagnosi di glioma, glioblastoma o meningioma all’interno di tre periodi: dal 1982 al 1992, dal 1993 al 2002 e dal 2003 al 2013.

Per quanto si sia riscontrato un aumento nei casi di glioblastoma (sottotipo più comune) tra il 1993 e il 2002, dovuto però a seconda degli esperti da miglioramenti diagnostici derivati dalla tecnologia MRI: “I tassi di tumori cerebrali sono rimasti piuttosto stabili nei decenni e non son aumentati tipi specifici di tumori cerebrali”; queste le parole di Ken Karipidis, responsabile della ricerca ed esperto di radiologia.

 

 


Lo stato di salute degli italiani, secondo il rapporto Censis

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Lo stato di salute degli italiani, secondo il rapporto Censis

A Roma è stato presentato il 52esimo rapporto Censis sulla condizione sociale del Paese. Ne è emerso un quadro tutt’altro che positivo con una generale insoddisfazione rivolta anche alla sanità pubblica. Due i punti principali rilevati: disuguaglianza e cure fai-da-te.

 

È EMERSO UN QUADRO TUTT’ALTRO CHE POSITIVO CON UNA GENERALE INSODDISFAZIONE RIVOLTA ANCHE ALLA SANITÀ PUBBLICA 

Ben il 54,7% degli italiani, del campione indagato, ritiene che l’accesso a diagnosi e cure sia diverso nel nostro territorio: il 58,3% dei residenti al Nord-Est, il 53,9% al Sud, il 54,1% al Centro e il 53,3% al Nord-Ovest. Guardando ai dati sulla soddisfazione rispetto al Servizio Sanitario Nazionale regionale, il valore medio si attesta al 62,3% (77% al Nord-Ovest, il 79,4% al Nord-Est, il 61,8% al Centro e il 40,6% al Sud e nelle isole) mentre il Nord-Est svetta con il più alto livello di soddisfazione tra le macroaree territoriali.

Un’immagine, quella che emerge, in cui l’individuo si trova solo nel confrontarsi con la propria salute. I dati parlano di un 73,4% degli italiani disposto a curarsi in autonomia nel caso di problemi come mal di testa o mal di schiena: di cui il 56,5% perché conosce i suoi problemi e come intervenire, mentre il restante 16,9% perché ritiene questa la via più rapida.

 

L’autoregolazione della salute vede nei farmaci da automedicazione una delle sue massime espressioni: 17,6 milioni di italiani hanno deciso di prendere un farmaco da banco l’ultima volta che ha dovuto affrontare un piccolo problema di salute.  In questo panorama i cittadini fanno comunque sempre affidamento alle informazioni veicolate dai canali principali: medico di medicina generale (53,5%), farmacista (32,2%) e medico specialista (17,7%), registrando una crescita del canale web (28%).


Una nuova tracciabilità del farmaco

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Una nuova tracciabilità del farmaco

L’errore umano è risaputo: è inevitabile. Per ovviare al suo effetto, potenzialmente grave, nella somministrazione di un farmaco, si è da sempre reso necessario adottare accurate misure preventive. Una novità importante arriva ancora una volta dalla tecnologia: sono stati infatti sviluppati sistemi informatici automatizzati in grado di tracciare il farmaco, dalla farmacia sino al letto del paziente, già in uso negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei.

SONO STATI SVILUPPATI SISTEMI INFORMATICI AUTOMATIZZATI IN GRADO DI TRACCIARE IL FARMACO, DALLA FARMACIA SINO AL LETTO DEL PAZIENTE

Di tutto questo si è parlato a un convegno, lo scorso venerdì a Milano, con il patrocinio della Regione Lombardia, sostenuto dalla rivista Italian Health Policy Brief. Questo sistema di software e hardware è in grado di agevolare i processi di gestione e tracciabilità dei farmaci riducendo notevolmente i rischi clinici. Dati alla mano, in alcune strutture europee si è potuta registrare una riduzione fino a più del 50% degli errori di somministrazione e dell’80% quelli all’interno della distribuzione dei farmaci negli ospedali. E ancora, una riduzione tra il 50 e il 100% degli errori a carico di medicinali ormai scaduti.

Stiamo dunque parlando di tecnologie che forniscono dati real time sullo stato di prodotti presenti sia nel magazzino centrale sia nei singoli reparti ospedalieri. Un vantaggio considerevole che permetterebbe, anche in Italia, la riduzione di giacenze o scorte e del numero di farmaci prossimi alla scadenza, garantendone così un numero consono alle esigenze dei reparti e della farmacia ospedaliera.

Benefici concreti, a livello gestionale e organizzativo, ma soprattutto verso i pazienti stessi: con una semplice scansione il sistema è in grado di acquisire informazioni dal badge dell’operatore, dal braccialetto del paziente e dal farmaco, valutando in automatico la correttezza della prescrizione e della somministrazione. A tutto questo va aggiunto l’eventuale vantaggio che si otterrebbe in termini di riduzione della spesa sanitaria italiana.

 

 


L’aspirina come una panacea

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L’aspirina come una panacea

Buone notizie in arrivo dal congresso sulle malattie epatiche in corso a San Francisco, il Liver Meeting|AASLD (American Association for the study of liver diseases): l’aspirina sorprende ancora una volta la comunità scientifica.

 

I risultati di uno studio prospettico hanno dimostrato infatti che l’assunzione regolare di questo antinfiammatorio, nel lungo periodo, ha un effetto significativo sulla riduzione del rischio di sviluppare epatocarcinoma (HCC), il più frequente tumore primitivo del fegato. L’analisi ha valutato i risultati di due studi in cui erano stati riportati la dose e la durata, ogni due anni, di aspirina assunta da ben 133.371 persone, a partire dal 1980 e 1986 sino al 2012. 

 

L’ASSUNZIONE REGOLARE DI QUESTO ANTINFIAMMATORIO, NEL LUNGO PERIODO, HA UN EFFETTO SIGNIFICATIVO SULLA RIDUZIONE DEL RISCHIO DI SVILUPPARE EPATOCARCINOMA.

Una riduzione del rischio di sviluppare epatocarcinoma (HCC) si manifesta a partire da cinque anni di assunzione regolare dell’antinfiammatorio, più precisamente: il rischio per coloro che prendevano 1.5 compresse, o meno, a settimana era pari a 0.87, scendendo a 0.51 per cinque pillole e sino a 0.49 per più di cinque compresse a settimana. I risultati più significativi sono stati ottenuti da chi assumeva 1.5 o più pillole a settimana, per cinque o più anni, dimostrando come la durata dell’assunzione fosse un fattore determinante.

 

Questi risultati aprono a futuri scenari di prevenzione: l’aspirina potrebbe entrare a pieno regime (sotto rigoroso controllo medico) in un campo in cui le terapie ad oggi non sono del tutto soddisfacenti.

Saranno necessari altri studi approfonditi per valutare nel dettaglio la fattibilità o meno di utilizzare l’aspirina come farmaco preventivo contro l’HCC. Siamo dunque a un importante punto di partenza per quella che già era stata ipotizzata come una possibilità terapeutica, beneficio tra l’altro esclusivo della sola aspirina e non di altri antinfiammatori non steroidei.


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